Viaggio intero in 3 tappe
1) Cabo da Roca – Belluno
2) Belluno – Lago Issyk Kul
3) Lago Issyk Kul – Pechino, Tientsin – Oceano Pacifico
Issyk Kul – Ulan Batar (Mongolia)
Ritorno a Belluno del 2012
Andata Belluno – Cabo da Roca, 2015

Coast to coast Atlantico Pacifico

Step 1 Portogallo Spagna Francia Italia
Step 2 Italia Slovenia Ungheria Ucraina Russia Kazakistan Uzbekistan Kirghizistan
Step 3 Kirghizistan Kazakistan Russia Mongolia
Manca
Step 4 Kirghizistan - Pechino-Oceano Pacifico
Step 1 Portogallo Spagna Francia Italia
Step 2 Italia Slovenia Ungheria Ucraina Russia Kazakistan Uzbekistan Kirghizistan
Step 3 Kirghizistan Kazakistan Russia Mongolia
Step 4 Kirghizistan - Pechino-Oceano Pacifico
Diario di viaggio

Lungo la Via della Seta: verso il Pacifico

Un viaggio in moto tra Asia centrale, Mongolia e Cina

VolgogradAstrakhanAtyrauNukusKhivaBukharaSamarcandaTashkentFerganaBishkekIssyk-KulKarakolCharyn CanyonKaton-KaragaiAltaiMongoliaUlan Bator
Lungo la via della seta: un viaggio fantastico tra meraviglie e orfanotrofi Uzbeki, i paesaggi montani incontaminati e impressionanti del Kirghisistan, la Pamir Highway nel 2012, le steppe Mongole nel 2019, la Karakorum Highway, i deserti del Taklamakan e del Gobi, il Tibet attraverso la Cina nel 2023, dal Passo Torugart, fino al Pacifico. L’idea nasce molti anni fa e diviene via via realtà grazie all’incontro con un mito dei viaggi in moto, Dino Mazzini la cui filosofia ben si sposa con i tempi ristretti a mia disposizione e quindi la necessità di dividere il viaggio in tappe e anni diversi.

Il sogno della Via della Seta

Ho nella testa la via della seta da molti anni, e in particolare l’antica Marakanda (Samarcanda), ma non ci voglio andare in aereo. Non ne ho mai preso uno perché nel viaggio cerco di esplorare e conoscere i luoghi per cogliere il mutare dei colori, degli odori, del clima e delle persone, non mi interessa farmi trasportare come un sacco di patate da un continente all’altro.

Le antiche rotte verso Samarcanda

La via della seta quella per intenderci seguita dai mercanti Veneziani o provenienti dal Mediterraneo e da Marco Polo seguiva due itinerari: -Venezia o Mediterraneo, Istanbul, il Mar Nero, la Crimea costeggiando il Mar Caspio, attraversando Astrakan, Khiva, Bukhara, Samarcanda e poi proseguiva verso la Cina via Bishkek (Kirghizstan) oppure attraverso il Tagikistan. Questo è quello seguito dai fratelli Polo senza Marco nel 1261. -Venezia o Mediterraneo, Istanbul, Damasco, Bagdad, Isfahan, Bukhara Samarcanda Cina. Questo è quello seguito dai Polo con Marco nel 1271. La cosa stupefacente è che itinerari così complicati e lontani migliaia e migliaia di km poi, convergevano tutti a Bukhara e immancabilmente a Samarcanda… Samarcanda è l’antica Markanda dove Alessandro Magno si ricongiunse alla testa di cinque enormi squadroni comandati dai generali Efestione, Tolomeo (progenitore di Cleopatra), Perdicca e Ceno, dopo aver sedato le rivolte della Sogdiana (Uzbekistan) governata dal satrapo Spitamene e della Battriana (da Bactra oggi Balkh città dell’Afghanistan) governata dal satrapo Besso e aver sottomesso definitivamente gli Sciti. Qui sposò Rossane, bellissima principessa battriana,(il matrimonio avvenne in a Balkh).

Nell’odierna Khujand, fondò l’antica Alessandria Escate (la lontana) che è l’estremo avamposto nord orientale dell’impero di Alessandro. Oggi è la seconda città del Tagikistan e sorge nella valle della Fergana (o Fargana) la stessa che attraverseremo noi nel versante Uzbeko. La Sogdiana era abitata da Sciti o Skoloti e dai Parti (collocabili più a sud dell’Uzbekistan, a Nord dell’Iran) Entrambi erano popoli nomadi noti ai greci e romani per la loro bellicosità e la loro abilità nell’andare a cavallo e tirare con l’arco. Contro i Parti combatterono i Romani che subirono una catastrofica sconfitta dove perì Marco Licinio Crasso (quello del triumvirato con Cesare e Pompeo) nel 53 a. C… Lo stesso Cesare prima delle Idi di marzo del 44 a. C. studiava con Antonio la nuova guerra contro i Parti che per il suo assassinio non portò a compimento lasciando Roma per almeno tre secoli in guerra permanente con i Parti. Insomma Parti, Sciti, e Samarcanda sono i protagonisti più misteriosi e inaccessibili delle storie greche e Romane e medioevali che ho letto sui testi di Erodoto, Tucidide, Senofonte, Plutarco, Livio, Cesare. Finalmente un gruppo di motociclisti propone il Viaggio. Aderisco: siamo in 13. Non ci conosciamo ma abbiamo in comune tanti viaggi extraeuropei in

moto. Andremo in Uzbekistan attraversando l’Ungheria, l’Ucraina, la Russia e finalmente in Kazakistan, passando per la russa Astrakhan fino a Khiva, Bukhara e Samarcanda le tre città gioelli dell’Uzbekistan. Poi il passo della Fergana in Kirghizstan, Bishkek e il confine con la Cina al lago Issyk-Kul sotto la catena del Tian Shan Cinese. Poi di nuovo in Kazakistan quindi la transiberiana russa che ci spingerà a Nord alla stessa latitudine della Norvegia, ancora Ucraina, Moldavia, Romania, Ungheria, Slovenia e Italia. Per raggiungere l’Uzbekistan la strada ideale passerebbe per Turchia, Armenia, Azerbaigian, Iran, Turkmenistan, ma l’Iran ci sembra poco sicuro. Scartiamo anche l’alternativa dall’Azerbaigian al Turkmenistan traghettando il Caspio, perché il traghetto è in realtà un cargo per trasporto merci che non garantisce il passaggio a tutte le moto. Optiamo per la via kazaka da Astrakhan. A Samarcanda vogliamo arrivare con l’umiltà del viaggiatore rispettoso della terra ospitante e non da turisti come non ci consideriamo. Acquisteremo perciò dei regali utili(elettrodomestici) per quattro orfanotrofi che ci indicano il gruppo di bykers locali gli Steel Skorpions Capitanati da Mikail Fedorakhin, ancora oggi mio amico.

La partenza

Parto il 28 luglio, con la mia inseparabile Honda Africa Twin del 1999, forte della sua semplice e robusta essenzialità, ben sapendo che fuori dell’Europa è necessario avere mezzi privi di tecnicismi ed eccesso di elettronica: come si dice tra i viaggianti:, “ tutto ciò che non c’è non si rompe”. L’avventura vera e propria inizia a Volgograd (la Stalingrado della disastrosa ritirata dei nostri alpini), dove la steppa diventa deserto e la temperatura sale a oltre 40 gradi. Arriveremo ad Astrakhan nota per le sue pellicce, ma in realtà una ridente città russa con un meraviglioso Cremlino impreziosito al suo interno da un palazzo e dalla cattedrale ortodossa adornata di cupole maestose, protetti da altissime mura e una meravigliosa promenade lungo il Volga e poi entreremo in Atyrau principale porto sul mar Caspio del Kazakistan. La città si trova sul delta dell’Ural che segna lo spartiacque tra Europa e Asia. Da Astrakhan a Beyneu passando per Atyrau sono 894 km di deserto caldissimo ma con piste asfaltate. Ai lati della pista, grotteschi agglomerati di casupole con cupole, colonnine si rivelano dei cimiteri molto suggestivi quanto isolati nel nulla del deserto. In alcune pozze d’acqua inspiegabili nella steppa deserta, si bagnano i cammelli quelli con due gobbe che incontro per la prima volta avendo visto in Africa dei dromedari, con una sola gobba. Le pozze si rivelano i resti di canali costruiti dalla Unione Sovietica per rendere fertile quel deserto sfruttando le acque del mare d’Aral che così poco a poco sta scomparendo…Il disastro ambientale causato dallo sfruttamento dell’acqua del mare per fini irrigui si appalesa nella sua drammatica evidenza con la vista di barche e pescherecci rovesciati sulla sabbia del mare senza più nemmeno una goccia d’acqua...Più avanti incontriamo dei canali dove fioriscono piantagioni di cotone una delle risorse principali dell’Uzbekistan. La strada è difficile ma nulla confronto all’orribile e tanto temuta pista desertica nemmeno segnalata da Google Maps che porta in Uzbekistan a Nukus dove arriviamo sfiniti e disidratati causa un caldo terrificante che misura anche 48 gradi. Il caldo è così devastante che proviamo più sollievo tenendo la visiera del casco completamente chiusa anziché, come normalmente si fa, aperta, anche la sahariana senza protezioni e i pantaloni in cordura chiara fanno la differenza rispetto alle canoniche tute in pelle nera. A Nukus incredibilmente scopriamo l’esistenza di un museo d’arte moderna russa e uzbeka, con capolavori di ottima qualità sottratti alle devastazioni delle guerre mondiali. Finalmente raggiungiamo Khiva. Khiva è il più autentico gioiello del paese: ben restaurato con le sue madrase, le scuole coraniche il grande Minareto di pianta circolare Kalta Minor incompiuto con le sue decorazioni in piastrelle turchesi, la fortezza, la moschea Julma con le sue autentiche colonne lignee, il mausoleo di Pahalavon Mahmud… Un susseguirsi di opere architettoniche insolite e inconsuete per il nostro occhio europeo, ma talmente suggestive e preziose da disorientare il visitatore… Le decorazioni tutte a mano in stile arabo della moschea, del palazzo del khan e della madrasa mi incantano. Ogni angolo è una sorpresa, un edificio da scoprire… le mura dei palazzi sono finemente arabescate, nelle piazze e nei vicoli manca forse la vivacità che la sua fama aveva sicuramente regalato a Khiva in passato, ma la città ha conservato la sua natura più genuina e autentica tenendosi ai margini dei percorsi turistici delle più commerciali Bukhara e Samarcanda, forse per la difficoltà che incontra il turista ad attraversare territori così estremi. Anche la gente sembra disinteressata al commercio e quasi più interessata a conoscerci piuttosto che a comprarci. Le donne sono slanciate e hanno lineamenti dolci e non troppo orientali, anche gli occhi accennano appena alla forma a mandorla, le potresti scambiare per italiane, hanno fazzoletti colorati attorno alla testa che non scendono come impone il velo musulmano, a coprire il collo, i vestiti sono di seta sgargiante di colori dal rosso al turchese… con preziose decorazioni dappertutto… La religione musulmana che ha sostituito, al suo affacciarsi nella zona, il Zoroastrismo è stata nell’epoca russa compressa dal forzato ateismo comunista e di fatto non sembra diffusamente praticata in modo integralista. La bellezza di Khiva è davvero impressionante: sono immensamente felice di essere qui. Altro terribile deserto fino a Bukhara, il Kyzylkum, estenuante caldissimo, la temperatura arriva a 48 gradi… da alcuni giorni continuiamo a bere anche 3/4 litri d’acqua ma senza alcun beneficio per le nostre reni. In basso, al limite del deserto, un fiume, il più grande della regione, l’Amu Darya, crea un contrasto paradossale. Arrivati a Bukhara incontriamo gli Steel Skorpions: i motociclisti locali che ci accompagneranno ai 4 orfanotrofi. Sono cordiali e simpatici e resteranno con noi fino al check in del passo della Fergana all’estremità orientale dell’Uzbekistan prima di Fergana e del Kirghizistan. Andiamo nell’orfanotrofio e consegniamo ai bambini un frigorifero e una aspirapolvere arrivati dall’Italia, che ci avevano richiesto nonché un sacco di giocattolini… I bambini ci guardano divertiti ma soprattutto ci chiedono di montare sulle moto e fare un giro. Bukhara è meravigliosa Visitiamo la moschea di Maghoki –Attar, il mausoleo di Ismail Samani con intarsi di terracotta che lasciano trapelare all’interno una luce soffusa, salvato dalle distruzioni perché sepolto nella sabbia, il minareto

Kalon di 47 metri, le madrase, la grande moschea Kalon con le sue cupole color turchese, la moschea Juma con un portico sostenuto da innumerevoli colonne lignee altissime che danno eleganza e slancio ad un grande tetto sporgente e le altre splendide costruzioni finemente arabescate con colori variabili dal turchese al blu e rosato… Gironzoliamo assieme ai locali, in maggioranza donne vestite di sete coloratissime che si riparano dal sole sferzante sotto graziosi ombrellini, tra negozi di coltelli artigianali, cappelli da cosacco, tappeti, gioielli di filigrana e pietre, mentre nei ristori all’ombra delle frasche gli anziani locali si riposano completamente sdraiati sui lettini di legno, all’aperto, riparati da pergolati d’uva, sorseggiando un tè…il choy locale. Mangiamo sul bordo della grande piscina che caratterizza la fresca piazza centrale di Bukhara la Lyabi hauz. Si riparte per Samarcanda, con i motociclisti degli Steel Skorpions club. Arriviamo in una città che sembra paralizzata dal nostro arrivo. Le moto non possono entrare a Samarcanda per motivi di sicurezza così l’autostrada è stata bloccata solo per noi. I poliziotti ci salutano, le macchine si fermano e noi entriamo scortati dai bikers locali. Andiamo subito a visitare l’orfanotrofio. Siamo stanchi morti ma è

tanta la gioia che ci danno i bambini vedendoci. Ovviamente sono tutti sulle moto… Le moto GS BMW, vere astronavi del deserto, catturano l’attenzione di tutti. Lasciamo gli elettrodomestici che ci sono stati chiesti e molti giocattoli, salutiamo, abbracciamo tutti e ci infiliamo in albergo. Visitiamo il giorno dopo con calma la città affiancati dall’ottima guida locale dal nome che noi storpieremo in Marcello. Stessa architettura e decorazioni simili a Khiva e Bukhara ci lasciano sempre più senza fiato…: contempliamo incantati le maestose Madrase del Registan, la gigantesca moschea di Bibi-Kyanym, gioiello di Tamerlano, famosa per la leggenda dell’amore tra la moglie cinese di Tamerlano e l’architetto che se ne innamorò il quale ovviamente fece una brutta fine. La leggenda dà una spiegazione ovviamente incredibile del diffondersi dell’obbligo del velo tra le donne islamiche. Il cimitero di Sahar-I- Zindah con le splendida moschea finemente decorata, sulla destra estrema del complesso, è assolutamente da non perdere. Quasi in disparte il mausoleo di Tamerlano con la pietra tombale formata da un unico blocco di giada verde scuro e che trafugata dai persiani prima e dai russi molto tempo dopo portò loro

tante e tali disgrazie da costringerli a restituirla in fretta e furia… Samarcanda venera Ulughbek il più famoso degli astronomi orientali che costruì un Astrolabio di tre piani fatto costruire tra il 1420 e 1430 di cui è rimasta una parte conservata nel museo Afrosiab. Puntiamo su Tashkent, come al solito una vocina mi dice cosa devo fare: mi stacco dal gruppo assieme ad altre due moto e arrivato a Tashkent vengo a sapere di un brutto incidente occorso ai nostri amici. La guida e tre motociclisti a terra. Uno gravemente ferito ad un a gamba. Grazie ai bikers uzbechi arriva l’ambulanza e conseguente ricovero all’ospedale. L’ambasciata, l’agenzia Uzbeka e le nostre guide presteranno l’assistenza possibile, tuttavia ci rendiamo conto che solo per un caso e cioè per la vicinanza del tutto casuale ad un discreto ospedale la cosa non è finita male. D’altronde sapevamo che era un viaggio molto pericoloso. I motociclisti ripartono in aereo per l’Italia e le moto o quel che resta, vengono rispedite a casa.

Proseguiamo il viaggio verso il passo della Fergana presidiato dai militari ma prima visitiamo altri due orfanotrofi. L’ultimo ci lascia di stucco è racchiuso in un agglomerato di palazzine fatiscenti tipiche del periodo sovietico, nel più completo abbandono. I dirigenti ci hanno chiesto: lavabi in acciaio, interruttori, lampadine, insomma materiale di tutti i giorni come se dentro mancasse tutto. Chi è entrato ha visto una separazione a cellette: forse le camere dei bambini, ma ovviamente le porte sono aperte. I bambini tuttavia sembrano allegri e spensierati, quasi di più che negli altri orfanotrofi, apparentemente più moderni. E giunto il momento di separarci dai nostri amici bikers uzbechi, il capo dei quali si è fatto ingoiare da una enorme buca sulla strada, buche che hanno già provocato 2 incidenti ad un nostro amico con grossi danni alla moto e qualche livido al viso. Anche l’amico Uzbeko ha rattoppato la moto e viaggia con un tutore. A Fergana abbandoniamo l’Uzbekistan attraversando il crocevia tra Tagikistan Afghanistan e Kirghizistan. Lungo il viaggio finalmente ho quella rivelazione che aspettavo da tanto tempo. Ho la

risposta del perché Samarcanda è Samarcanda e cioè la terra promessa per tutti i carovanieri. Fuori delle porte della città una pianura verdissima, arricchita da frutteti coltivazioni e bagnata da un fiume ricco d’acqua sembra proprio la valle dell’Eden, quel giardino dove zampillano ruscelli e crescono gli alberi da frutto di cui il Corano parla spesso decantando il paradiso… Samarcanda è una sorta di paradiso… tutte le strade dell’oriente passano per Samarcanda perché è un oasi grandissima, tanto vagheggiata dopo le fatiche del Pamir, del Tian Shan o l’arsura dei deserti pazzeschi che abbiamo traversato anche noi: è la terra promessa. Solo passandoci capisci cos’è Samarcanda per una carovana di mercanti o un esercito stremato. Il clima è caldo ma ventilato la città è accogliente e sfarzosa… quale posto migliore al mondo per sostare e ritemprare le forze? È la stessa sensazione di….”rivelazione”…. che ho provato visitando, in moto, Troia in Asia minore: vedere la città di Schliemann proprio sul bordo estremo a sud ovest dei Dardanelli, posta come una grande baluardo a difesa dello stretto e quindi di fatto padrona incontrastata del commercio tra Mediterraneo e Mar Nero, mi ha convinto della fondatezza della teoria che era economico il vero movente di una

guerra così lunga e determinante per le sorti dell’intero Mediterraneo. I luoghi vanno raggiunti via terra!! Attraversiamo il Kirghizistan inerpicandoci tra laghi immensi e montagne coperte di neve, fiumi e cascatelle che sembrano quelle delle nostre Dolomiti, come sul Passo Giau o sulla Marmolada solo che sono grandi almeno dieci voltè… Ai lati della strada le Yurte dei mongoli e i cavalli poco distanti sui quali i bambini galoppano inseguendo le greggi. Valichiamo il passo Ala Bell a 3175 metri, dove uno strano tipo in moto da solo, mi dice che viene dall’Olanda e sta cercando la Pamir Highway, ma la strada per il Tagikistan è chiusa e la frontiera sbarrata: le guardie dicono che si spara… Già la Pamir Highway e perché no la Karakorum Highway… e già sento prendere forma un altro sogno dentro me. Arriviamo a Bishkek! Poi il lago Issyk-Kul a 1607 metri di altezza, il secondo al mondo dopo il lago Titicaca, un lago che non ghiaccia mai, nonostante temperature a- 40° perché salato… tutto intorno il paesaggio è sopraffatto dalle montagne altissime e coperte di neve del Tian Shan Cinese… Siamo alla fine del viaggio verso oriente, la Cina è li a qualche decina di chilometri.

Faccio un bagno purificatore… il sogno si è avverato. Il sole scotta la pelle ma l’aria è fresca. Fin qui sono 8070 km, ne faremo ancora 7400! Da domani via verso Almaty nel Kazakistan orientale poi la Siberia russa, ancora l’Ucraina dove a Kirovograd alloggiamo all’albergo dell’andata chiudendo il grande anello e pian piano verso casa ancora esplorando la Moldavia e la Transilvania. La strada sarà se possibile ancora più difficile, con temperature che scendono fino a 8 gradi, con uno sbalzo termico in soli pochi giorni di 40°. Ci aspetta pioggia ininterrotta e ghiacciata e una transiberiana soffocata da file interminabili di camion per lo più i mitici Kamaz quelli a quattro ruote motrici che fanno la Dakar! Ma il freddo non mi spaventa ci sono abituato e finalmente a parte la pioggia quasi mi diverto ad andare in moto!! Alla fine dei 36 giorni avrò percorso 15470 chilometri e forse qualche centinaio in più…. un equo prezzo per realizzare un sogno.

2019 dal Kirghisistan a Ulan Bator

L’idea di raggiungere il Pacifico si fa sempre più assillante. Con lo stesso leader, l’esploratore

motociclista Dino Mazzini formiamo un gruppo di motociclisti che vuole, partendo dal Kirghisistan (raggiunto nel precedente viaggio del 2012) arrivare alla capitale della Mongolia Ulan Bator. Da lì l’idea è di proseguire per Vladivostok sul Pacifico. La rotta per la Mongolia da Bishkek capitale del Kirghisistan è una creazione di Dino che la percorre da solo dopo l’abbandono del suo compagno e su questo viaggio scrive un libro imperdibile: Wildest East. Costeggeremo l’impenetrabile confine Cinese verso Nord attraversando prima il Kirghizistan per poi attraversare un po’di Russia sui monti Altai. Dormiamo a Karakol una piccola città a ridosso del confine Cinese che all’epoca era chiuso. Davanti a noi l’impressionante distesa di acqua del lago Issyk-Kul il secondo lago per grandezza e altitudine al mondo dopo il lago Titicaca. Il lato est è dominato dalla immensa catena del Tian Shan Cinese. Entriamo in Kazakistan dove iniziano le piste più o meno battute per raggiungere il parco del Charyn Canyon, un gioiello della natura con le sue rocce che ricordano le nostre Dolomiti e il Gran Canyon. Un paesaggio che col sole del tramonto e dell’alba si tinge di rosso e ti lascia folgorato da tanta bellezza. Dormiamo in un campo gher per la prima volta cullati dallo sciabordio del vicino fiume che scorre nel

canyon. Il viaggio prosegue verso Nord dove visitiamo il parco nazionale di Katon Karagai che raggiungiamo attraverso la “ strada austriaca”costruita da prigionieri di guerra austriaci, un percorso audace che mi ricorda un po’il passo San Boldo a Belluno, costruito anch’esso dagli austriaci nel 1918, ma di dimensioni impressionanti. Le strade che dal Kazakistan portano in Russia sono pessime, quasi come quelle dell’Ucraina, l’asfalto è punteggiato da buche taglienti come lame di coltello e qualche moto presenta perdite d’olio sugli ammortizzatori o sul cardano fortunatamente non la mia vecchia affidabile Africa Twin del 1999. Superata la frontiera Russa attraversiamo i monti Altai e finalmente scendendo lungo una valle immensa percorsa da un fiume dalle acque cristalline, arriviamo in Mongolia. Ora ci aspettano circa 2000 km di steppa per attraversare orizzontalmente da Ovest verso Est la Mongolia e raggiungere la capitale Ulan Bator. La Mongolia che ci accingiamo a conoscere è quella vera selvaggia e desolata, diversa da quella addomesticata ad uso dei tour operator e che circonda la capitale per un raggio di circa 500 km, La steppa qui la fa da padrona, gli alberi non sono frequenti come nella transiberiana protetta dai venti del Nord da distese di Betulle. Le montagne assomigliano più a gigantesche

colline e il terreno è quasi sempre coperto da una vegetazione rasa, più adatta a resistere al gelido inverno mongolo. Ai lati delle piste quasi sempre di terra e raramente percorse da camion o auto saltellano indisturbati i Gerbilli mentre più in disparte troneggiano le marmotte di guardia al branco. Cammelli pelosi o Bactriani e cavalli allo stato brado pascolano senza fretta ai lati delle piste di terra per cui riusciamo abbastanza facilmente a catturare delle foto con loro sullo sfondo. Purtroppo più spesso di quanto si possa immaginare ai lati della pista evitiamo le carcasse di cavalli evidentemente investiti al buio dalle rare auto o assaliti dai lupi. A sud la Mongolia è invece dominata dall’immenso deserto del Gobi che continua fino all’interno del territorio cinese, deserto che attraverserò nel 2025. I ristoranti non esistono ma il cibo non è un problema. Lungo ogni pista importante c’è sempre una Yurta più grande e isolata rispetto al resto del villaggio. A volte alcune auto (malandate) in sosta preannunciano e rivelano l’accoglienza fatta di sorrisi e gentilezza che troveremo all’interno. il pranzo viene servito su una ciotola e attinto da un pentolone di alluminio gigantesco appoggiato su una stufa a legna, dentro galleggiano pezzi di carne di manzo, o almeno crediamo, di verdura e noodle, una specie di

spaghetti di grano tenero, il tutto immerso in una brodo profumato da una salsa di aglio fresco e zenzero. A questo piatto si accompagna quasi sempre le immancabili insalate di verza. Si trovano anche le pendule affumicate ma il medico esperto in vaccini ci sconsigliò di mangiare la carne cruda o essicata specie di marmotta perché spesso infette. Finito di mangiare, la ciotola dove si mangia, viene strofinata con uno straccio e poi immersa in un altro pentolone pieno d’acqua e infine riposta negli scaffali. L’acqua corrente d’altronde non è una dotazione delle Yurte e quindi va attinta nel ruscello o nel fiume vicino a volte destino finale degli improvvisati Wc. Immancabilmente dopo qualche giorno di soggiorno in Mongolia, il nostro intestino si ribella e protesta. Nelle Yurte mongole della steppa si dorme su un paglione coperto da pelli di Orso o di Lupo. Nei campi gher vicini alla capitale si dorme in letti di legno con materasso, generalmente 4 per Yurta. Al centro della yurta c’è una stufa a legna accesa anche d’estate con un camino che esce nel centro della tenda. Tutti vanno a cavallo ed è una meraviglia vedere bambini di 6-7 anni cavalcare disinvolti anche senza la sella. Nel lungo fluire dei km il paesaggio sembra sempre uguale, le colline e poi i fiumi si susseguono nella loro bellezza statica e immobile, tanto che riesce difficile

distinguere una valle dall’altra. Le piste di sabbia e i guadi mettono a dura prova le nostre abilità di guida e non manca qualche incidente che obbliga al ritiro qualcuno dei nostri amici. Le strade asfaltate sono un miraggio anche se avvicinandoci alla capitale compaiono dei cantieri stradali che fanno immaginare un futuro con una viabilità migliore per il paese, con mio grande sconforto, preferendo le strade bianche. Non riesco a non pensare che da quella terra povera, incolta e desolata sono partiti alcuni dei guerrieri più temuti dal mondo occidentale: gli Unni di Attila sicuramente artefici della caduta dell’impero romano di occidente nel 476 d. C., appena 23 anni dopo la morte di Attila. Gengis Khan morto nel 1227, che dominò sul più vasto territorio dell’Eurasia. Tamerlano, anch’egli condottiero mongolo, emulo di Gengis Khan morto nel 1405 invasore e mecenate delle città imperiali di Samarcanda, Bukhara, Khiva, in Uzbekistan e Isfahan in Iran. A Tamerlano si deve la definitiva islamizzazione di tutta la fascia orientale dell’Asia che raggiungerà addirittura la metà settentrionale della Cina. Nel 2023, attraversando la Cina verso Est, non smettevo di stupirmi di leggere incomprensibili cartelli stradali bilingue in cinese ed arabo fino alla fine del deserto del Gobi, segno che l’islamizzazione era profondamente radicata in Cina e per questo temuto e contrastato in tutti i modi il

revanchismo degli uiguri di religione musulmana, come vedremo.

Alcune regole in Mongolia sono fondamentali:
  • -mai calpestare lo stipite della porta entrando in una Gher
  • non fischiare né cantare mai quando si è a letto
  • non mostrare mai le suole delle scarpe stando seduti
  • accettare qualsiasi offerta con la destra e poi congiungere le mani
  • sfilarsi sempre i guanti quando si entra in una gher
  • non togliere il cappello se si entra in una gher ma anzi indossarlo
  • non parlare mentre si mangia
  • nelle gher il lato NORD è quello d’onore riservato ai padroni di casa

In Mongolia la religione predominante è il buddismo tibetano e per questo non è raro imbattersi nei bellissimi monasteri buddisti di cui il ricordo più nitido che ho è quello del bellissimo monastero di Erdene Zuu. Il sito è molto grande e ben conservato il video su YouTube è sicuramente più idoneo a rappresentarlo di una semplice descrizione. Quello che colpisce in modo indelebile è la processione dei

fedeli che si rivolgono ai monaci per chiedere grazie o favori religiosi… Un po come accade in tutte le religioni del mondo. Per arrivare a Ulan Bator dovremo attraversare due guadi che ci preoccupano molto. La profondità massima per le nostre moto non può superare i 50 cm., ma anche così il rischio è quello di cadere e per conseguenza danneggiare irreparabilmente la moto a causa dell’acqua. Qualche mese prima un’inondazione aveva reso inagibile i guadi, fortunatamente al nostro arrivo l’attraversamento è stato non banale ma tutto sommato fluido.

Visitiamo l’Hustai National Park dove incontriamo branchi di cavalli selvaggi che scopriamo appartenere ad una razza rarissima, autoctona in Mongolia, quella dei Cavalli Przewalskii, in via d’estinzione. Al tramonto li vediamo scendere ordinatamente dai monti e arrivare al fiume per abbeverarsi facendosi largo in mezzo ad una combinazione di colori dall’ocra al rosso passando per il marrone, accentuati dalla luce del tramonto e che sembrano il palcoscenico di un film sul farwest. Arrivati all’ultimo campo Gher a qualche centinaio di km da Ulan Bator si ritorna in contatto con il benessere dei resort turistici, popolati da improbabili personaggi in cerca di se stessi e di un ascetico rapporto con la natura incontaminata mongola, con l’unica silenziosa e mai espressa quanto intima obiezione che il resort di Yurte piene di comfort non è la Mongolia che abbiamo conosciuto noi ma una piccola Disneyland ad uso e consumo di turisti in cerca di una nuova spiritualità. Una foto davanti all’imponente statua di Gengis Khan è d’obbligo a coronamento di questa avventura.

Raggiungere il Pacifico

…. da Ulan Bator sembrava una facile conclusione, c’era anche il miraggio di raggiungere in nave il Giappone. C’era un po’di Transiberiana da fare e si raggiungeva Vladivostok in solo 4000 km, Ma la Transiberiana non è sicuramente un sogno nel cassetto. L’avevo già percorsa verso OVEST nel

2019 e a parte un traffico di TIR allucinante il

paesaggio non offriva nulla di interessante. L’idea che mi affascinava era passare in Cina: la Cina offriva tutto quello che chiede un viaggiatore, cultura, montagne immense, deserti mozzafiato, natura selvaggia e metropoli modernissime e immense come Pechino. Ma la frontiera tra Mongolia e Cina non voleva farci passare. Ma Dino è uno che non molla e forse stufo di sentirmi, riuscì a trovarci un varco per la Cina sul passo Torugart… Guardate su Internet: è quello di Marco Polo. Cosa chiedere di più? Verso il Pacifico: destinazione Cina

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